Di Clint Eastwood. Con Matt Damon, Cécile de France, Frankie McLaren. Stati Uniti 2010, 129’
A ottant’anni Clint Eastwood ha raggiunto l’età per fare i film che preferisce. E si trova in quella fase della vita in cui si pensa molto alla morte. Così si spiega Hereafter, un melodramma a più voci sul soprannaturale che è interessante nonostante, e forse anche a causa, dei suoi difetti. A metà tra un Crash per creduloni e una versione del Sesto senso per adulti, l’ultimo lavoro di Eastwood è serenamente eccentrico: il tipo di film che comincia con uno tsunami e finisce con un bacio. Fra le tre linee narrative, la più avvincente è quella che ha per protagonista Matt Damon, un veggente che comunica con i morti. La storia ricorda The Dead Zone di David Cronenberg, ma qui il regista e lo sceneggiatore Peter Morgan (The Queen) hanno piani più ambiziosi. Hereafter è un dramma sui rapporti mistici non solo con l’aldilà ma anche tra gli esseri viventi. È evidente che Morgan ha studiato i lavori del messicano Guillermo Arriaga (Babel, 21 grammi) e il film procede a zigzag tra le sue diverse sottotrame con una solennità che a volte scade nell’autoparodia. Anche se lo sguardo di Eastwood sulla morte è piuttosto banale, a sostenere il film è il suo grande interesse per l’essere umano. Il risultato è un film ancora più importante di Invictus e di Gran Torino, l’addio di Eastwood alla recitazione e al personaggio di Dirty Harry. Per quanto non sempre ben riuscito, Hereafter è un’altra dimostrazione del principale dono di Eastwood: la capacità di guidare le attrici (almeno alcune attrici) a picchi di intensità emotiva straordinari e di comprendere i meccanismi grazie ai quali i film riescono a raccontare il mistero meglio di qualsiasi altro mezzo di espressione.–Ty Burr, The Boston Globe
Film della settimana
Gennaio 2011


