da: Matteo Orlando
a: amicidelfestival@gmail.com
data: 26 dicembre 2008 15.53
oggetto: Pezzi
E’ Natale, tempo di regali, e a due mesi dall’esperienza torinese, trasmetto agli Amici quelli che volevano essere i miei pezzi sul posto pensati per L’Arena.
Ora che hanno perso di attualità potete gustarvi lo stile… com’è forse noto, dei tre solo il pezzo su Melville è stato poi pubblicato sull’Arena del 28/11 con il titolo: “Melville, il regista che faceva recitare i mascalzoni” (non dato da me). Gli altri due sono gli extra succulenti purtroppo rimasti inediti. Quello su Cristaldi è stato in parte rivisto con la speranza di essere comunque riproposto, anche se a Festival concluso, ma invano. Gli altri due sono rimasti così come da me dattiloscritti a Torino.
ciao Matt
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Franco Cristaldi
E’ prevista per il primo 2009 l’uscita in dvd per la Dolmen Home Video di Franco Cristaldi e il suo cinema Paradiso, ritratto di uno dei più grandi produttori del cinema italiano, a vent’anni esatti dal suo terzo Oscar, per il suo film più noto, quel Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore, citato anche nel titolo.
Il documentario, diretto da Massimo Spano e recentemente presentato al Torino Film Festival nella sezione “Eventi Speciali”, è una carrellata di cento minuti che ripercorre in ordine cronologico i più grandi successi del fondatore della Lux e della Vides, attraverso il ricordo di colleghi e amici (tra cui un commovente collage di provini inediti alle più grandi star del nostro cinema).
Gli anni Sessanta il periodo più felice, a partire da Divorzio all’italiana, baciato dall’Oscar nel 1961, seguito da Salvatore Giuliano, coraggiosamente raccolto da Cristaldi, come ricorda lo stesso Francesco Rosi, dopo l’abbandono da parte della Titanus in seguito allo stop dei finanziamenti dal Ministero, a causa del soggetto ritenuto allora troppo scottante.
E poi ancora I Compagni, che, caso più unico che raro, Cristaldi era riuscito a far concorre agli Oscar non come film straniero, ma direttamente nelle sezioni principali (sceneggiatura e regia). Fino ad arrivare ad Amarcord, che la statuetta la portò a casa nel 1973, passando per capitoli meno noti, ma non meno appassionanti, come La tenda rossa, prima co-produzione di un Paese occidentale con la Russia.
Volutamente il documentario trascura l’aspetto privato concentrandosi sul lato professionale, eppure dai documenti d’epoca presentati emergere spontanea la figura di un gentleman dal sorriso audace e dagli eleganti completi attillati. Una personalità mite, ma dal polso fermo, discreta, ma anche molto presente nelle fasi di lavorazione di un film, sapendo scegliere sempre il modo migliore di stare vicino ai suoi autori. Dall’estenuante seconda avventura con Fellini in E la nave va, con intere parti di un transatlantico ricostruite nei teatri di Cinecittà, alla più fruttuosa co-produzione per Il nome della rosa al fianco di Sean Connery.
“E’ stato l’ultimo grande produttore”, secondo Franco Nero e se il cinema italiano non è più quello di una volta è anche perché sono venute a mancare figure come la sua. Proprio a proposito di Nuovo Cinema Paradiso forse non tutti sanno che nella prima versione di tre ore edita da Tornatore il film era stato bollato come un fiasco. Ci sono volute solo la tenacia e la spavalderia di un Cristaldi per pensare di rimontarlo a un’ora e cinquanta, ripresentarlo a Cannes e portarlo fino alla grande consacrazione hollywoodiana.
Matteo Orlando
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Sous le nom de Melville
“Il protagonista che interpreta Bob Il Giocatore, Roger Duchesne, era un modesto attore, all’epoca del film appena uscito di prigione e talmente indebitato con gli strozzini della mala da pensare di fuggire da Parigi per salvarsi. Per averlo nel suo film, Melville convinse alcuni esponenti della malavita a lasciarlo perdere.”
Basterebbero queste parole dello scrittore Sandro Toni, intervenuto alla presentazione del film in occasione della retrospettiva dedicata al regista al Torino Film Festival, per tratteggiare la figura del grande cineasta francese (ma profondamente intriso di cultura americana, tanto da scegliere lo pseudonimo del suo scrittore preferito), che all’anagrafe faceva Grumbach.
Melville era un duro, come racconta il bel documentario inedito Sous le nom de Melville di Olivier Bohler, anch’esso incluso nella retrospettiva, ma si portava dentro una lacerazione profonda, sintomo di una sensibilità tutta particolare.
Militò cinque anni nelle fila della resistenza francese all’epoca del secondo conflitto mondiale, sviluppando amicizie intense e virili con i suoi commilitoni. Le stesse che avrebbe ricercato senza più trovare in seguito nella vita civile e che avrebbe messo in scena in molti dei suoi noir a partire dal capolavoro Le cercle rouge (I senza nome) con Alain Delon e Gian Maria Volontè.
A chi gli chiedeva se gli era piaciuta la guerra, rispondeva di sì, poiché riteneva che, paradossalmente, solo nelle situazioni più conflittuali ed estreme l’uomo fosse capace di dare il meglio di sé. Un commento memorabile e disperato, come il suo cinema, specchio dell’amaro che si portava dentro.
Dopo la guerra, Melville deciderà di realizzare i suoi film tramite un proprio studio indipendente, in anticipo sulla Nouvelle Vague, e diventerà amico e cantore dei gangster e dei derelitti di Pigalle, dipinti come solitari al crepuscolo senza più possibilità di riscatto, nella migliore tradizione dei tanto amati noir americani.
Matteo Orlando
(Articolo pubblicato su L’Arena del 28/11 con il titolo: “Melville, il regista che faceva recitare i mascalzoni”)
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Wanted and Desired
La reputazione di regista maledetto, Roman Polanski, cui il Torino Film Festival dedica in questi giorni una retrospettiva, sembra ormai essersela lasciata alle spalle.
Oggi settantenne, felicemente sposato da vent’anni con Emmanuelle Seigner e membro dell’Academie des Beaux-Arts di Parigi, sembra un altro uomo rispetto a quello raccontato nel documentario di Marina Zenovich Roman Polanski: Wanted and Desired, presentato in esclusiva all’interno della monografia, su uno dei periodi più bui della vita del grande cineasta.
La malasorte, in effetti, sembra essersi accanita a lungo sulla tormentata esistenza del regista di Rosemary’s Baby, spesso mescolandosi a momenti di grande successo e fortuna professionale.
Una delle figure di spicco della Hollywood degli anni Sessanta, amato dagli intellettuali e coccolato dal jet-set, la sua vita venne spezzata dapprima dal brutale assassinio a sfondo rituale della moglie gravida Sharon Tate, ad opera di una setta di fanatici satanisti, capeggiata dal famigerato Charles Manson.
Per Polanski, iniziò la discesa agli inferi, reagì al dolore rifugiandosi in una serie di relazioni libertine con giovani starlette, spesso minorenni, tra cui una con Natassia Kinski, all’epoca quindicenne, mai rinnegata.
Un’altra, gli costò invece la carriera e la libertà negli Stati Uniti. Subito dopo il successo di Chinatown nel 1974, venne incriminato per violenza sessuale e somministrazione di droghe ai danni di Samantha Gailey, tredicenne.
Il documentario della Zenovich è incentrato sulla vicenda giudiziaria che lo travolse negli anni a venire. Ne esce un appassionante film processuale, i cui attori principali includono anche la madre della Gailey, che presentò personalmente la figlia al regista pur conoscendone le inclinazioni, e il Giudice Rittenband, fustigatore di costumi e primadonna del foro in cerca di notorietà.
Al termine di una lunga battaglia tra avvocati, Polanski (che ammise solo la relazione sessuale ma non la violenza), crollò e si vide costretto a abbandonare gli Stati Uniti per la Francia. Da allora non ha più messo piede nel Paese.
Matteo Orlando




