Anteprima del nuovo film di Quentin Tarantino, Inglorious Basterds
Tante risate, applausi, tantissima gente soddisfatta del nuovo capitolo e nuovo genere esplorato dal suo cinema.
A chi mi chiede se mi è piaciuto il film rispondo: “abbastanza”, che non è esattamente il commento che ci si aspetta e forse nemmeno meritano film eccessivi come i suoi.
Ma qui vorrei evitare di fargli un torto peggiore: smontarlo secondo categorie estetiche, spremerlo alla buccia di un sottotesto (nel suo caso spesso irrilevante) o semplicemente fargli la lezione su cosa avrebbe dovuto fare perché il film meritasse un voto in più, come fanno certi critici.
Mi limiterò, invece, ad elencar cosa mi è piaciuto e cosa no, cosa non ho capito o non mi ha convinto, lasciando a chi legge la possibilità di proseguire e duplicare il gioco rispetto al proprio gusto.
Non ho capito: perché parlare di omaggio a Castellari, di cui ammetto di non aver visto il film, quando però da quanto ho potuto leggere mi sembra una storia piuttosto lontana. Solo perché ci troviamo di fronte ad un manipolo di arditi che compie un’improbabile impresa travestiti da tedeschi? Allora avrebbe potuto benissimo chiamarlo Dove osano le aquile. Anche se immagino che gli antieroi di Castellari fossero più macaroni, però rimane l’impressione che del film di Castellari Tarantino abbia preso solo il titolo della distribuzione estera.
Non mi ha convinto: l’esperimento di commistione e citazione dei generi questa volta applicato al film bellico. I film di guerra hanno una caratteristica: si prendono tutti sul serio. Non troppo sul serio come i film di arti marziali o gli spaghetti western, che spesso sfiorano da soli il ridicolo involontario e si prestano alla parodia, ma abbastanza. Sono ricchi di pathos, asciutti, seri, sobri, tutto il contrario del cinema di Tarantino, (Le Iene è forse il film nel quale si prende più sul serio ed è tanto dire). Certo, sono esistite anche le parodie di film di guerra, come M.A.S.H., per citare il più illustre, ma in definitiva Tarantino non opera nemmeno a quel livello. Non gli interessa la parodia in senso stretto, ma afferrare l’elastico di un genere per un capo, tirarlo all’inverosimile, per poi lasciarlo schioccare all’indietro, con gli effetti che sappiamo. E questo, applicato al nazismo e ai suoi metodi a gusto mio non ci sta (ero dalla parte dei detrattori de La vita è bella e la sua controversia, per esempio, che qui invece non è neanche stata accennata e a questo punto evidentemente mi sfugge qualcosa, nonostante Inglorious Basterds sia evidentemente fuori dalla Storia).
Non mi è piaciuto, infine: l’esasperato girare a vuoto della suspense nella sequenza cruciale della taverna, che sembra non finire mai e, all’opposto, lo spreco di suspense nell’ottimo prologo con il dettaglio ridicolo della pipa in mano a Christoph Waltz.
Nonché l’esibizione degli scalpi (e i bracci mozzati di Kill Bill, allora? Beh, lo ammetto, ho qualche problema con le mutilazioni: non ho stravisto nemmeno per quelli e sono stato anzi grato alla panoramica sulla rampa della rimessa, mentre Micheal Madsen affettava l’orecchio a Kirk Baltz ne Le Iene).
Mi sono piaciuti, invece, in crescendo: quanto è buffo il divo Brad Pitt
conciato così; quanto ci sta bene il riciclo di Putting out fire di David Bowie da Cat People, (quando ho sentito David urlare “with the gasoline!” sul riff di chitarra entrante stavo scattando in piedi a braccia alzate, ma c’era la sala piena e tensione e la security della Universal…); quanta sfrontatezza ci vuole a tracciare due linee narrative che scorrono parallele senza mai incrociarsi all’orizzonte del finale nell’era dei Crash, dei Magnolia, degli script di Arriaga e ancora prima, in parte, dello stesso Pulp Fiction.
Nonché la capacità di suscitare ancora emozioni attraverso la violenza (vedi la scena della mazzata in testa interpretata da Eli Roth: si potrebbe scrivere un saggio confrontandola, al decoupage, con la mazza da baseball de Gli Intoccabili e Tarantino batterebbe De Palma 1 – 0. E De Niro non è esattamente innocuo nei panni di Al Capone …).
Tutto qua? Sembra anche che i contro battano i pro in questo elenco. Ma ho tenuto per ultimo l’aspetto più importate, che, da solo, riequilibra il giudizio almeno a un pareggio. La straordinaria capacità di Tarantino di risucchiarci dentro ai suoi pastiche in nome di quella cosa chiamata cinema. L’ho tenuto per ultimo perché è l’aspetto più difficile da spiegare, l’elemento che sarebbe troppo lungo argomentare e lo offro al lettore come un semplice prendere o lasciare.
Ma davvero, quello che è ancora grande in Tarantino è che di fronte ai suoi film si ha ancora l’impressione di trovarsi dinnanzi alla magia del cinema, che il cinema possa ancora vincere nell’era de il cinema è morto e viva le serie tv.
Non che i suoi episodi di “E.R.” e “C.S.I.” siano disdicevoli, ma, parlando per paragoni, saranno sempre meno dell’episodio di Grindhouse o dell’episodio di Four Rooms. Perché quello è pur sempre il suo cinema.
Matteo Orlando
5 ottobre 2009


